Perché smettiamo di credere nell’incontro?
«Mi sembra di vivere dietro una grande vetrata.» Una frase ascoltata in seduta diventa il punto di partenza per esplorare che cosa accade quando la vicinanza non riesce più a trasformarsi in contatto.
«Mi sembra di vivere dietro una grande vetrata.» Una frase ascoltata in seduta diventa il punto di partenza per esplorare che cosa accade quando la vicinanza non riesce più a trasformarsi in contatto.
Prima il contatto. Poi il ritiro del corpo. Solo dopo il pensiero. Durante un volo di ritorno, un gesto involontario mi ha fatto scoprire qualcosa di profondo: il modo in cui il corpo si ritrae – o resta – racconta la nostra disponibilità all'incontro. E forse, il contrario dell'isolamento non è la compagnia, ma la capacità di restare presenti.
Mia madre ha una scatola di fotografie. Non le tiene in ordine. Le tiene insieme, che è diverso. Da lì ho cominciato a chiedermi cosa significa trasmettere qualcosa — e quali condizioni lo rendono possibile.
Un manoscritto fermo al terzo capitolo. Una chitarra che non si suona da anni. Un progetto aperto sul desktop di cui non ricordi più il senso. Questo articolo non parla di produttività. Parla di perché smettiamo — anche quando desideriamo ancora — e di cosa significa tornare a stare con un inizio senza sapere dove porterà.