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E se non fosse indecisione?

Una riflessione sulla difficoltà di scegliere, tra identità e confusione di ruolo.

Quando non sappiamo quale strada scegliere

Ci sono momenti in cui sappiamo abbastanza bene che cosa desideriamo e, proprio per questo, non capiamo perché sia così difficile scegliere. Una parte di noi vorrebbe cambiare lavoro, tornare a studiare, riprendere qualcosa che abbiamo lasciato indietro. Un’altra ci ricorda ciò che abbiamo costruito e la persona che siamo sempre state.

Se desidero davvero questa cosa, perché non riesco semplicemente a sceglierla?

Conosco bene questa domanda. A un certo punto della mia carriera universitaria pensai di lasciare gli studi in consulenza familiare per tornare alla scrittura creativa.

Non avevo scoperto di aver sbagliato strada. Mi riconoscevo nel desiderio di lavorare con le persone, ma continuavo a desiderare anche altro. Scrivere. Danzare. Creare.

Più cercavo di capire quale strada fosse davvero mia, più mi sentivo divisa. Per molto tempo ho pensato che il problema fosse questo: non riuscivo a scegliere.

Oggi lo leggerei diversamente.

L'idea che costruiamo di noi

Da bambina scrissi nel mio diario che da grande avrei voluto fare qualcosa di utile, come i miei genitori, e non essere vista come quella che passava il tempo a danzare.

Eppure la danza era uno dei luoghi in cui stavo meglio. Mi piaceva molto anche scrivere poesie, racconti, lettere. Ricordo, però, l’ansia che a volte provavo mentre lo facevo: dedicarmi a qualcosa soltanto perché mi piaceva poteva farmi sentire come se stessi perdendo tempo.

Nella mia famiglia essere utile aveva un valore concreto. Prendersi cura degli altri e assumersi responsabilità erano modi di essere che conoscevo bene. Crescendo, imparai anch'io a riconoscermi in quel ruolo: quella che si prende cura degli altri divenne una parte importante di me.

Non tutti abbiamo scritto qualcosa di simile in un diario. Ma crescendo impariamo quali modi di essere ricevono valore e riconoscimento. Possiamo diventare quella affidabile, quella che non crea problemi, quella che si occupa degli altri. E possiamo riconoscerci davvero in questi ruoli.

La difficoltà può emergere quando incontriamo altri aspetti di noi e non sappiamo come farli entrare nell’immagine che abbiamo costruito.

Nella prospettiva dello psicologo Erik Erikson, esplorare ruoli e possibilità fa parte della costruzione dell’identità. Crescendo facciamo nostri modelli, valori e ruoli; allo stesso tempo incontriamo desideri, capacità e direzioni nuove. Costruire la nostra identità richiede di riorganizzare ciò che siamo stati alla luce di ciò che stiamo scoprendo di noi.

Nella mia storia avevo imparato molto bene a riconoscermi in quella che cura. Faticavo a dare la stessa legittimità a quella che crea.

Forse non ero indecisa perché non sapevo chi fossi. Stavo cercando di fare spazio a qualcosa di me che non entrava ancora nell’idea della persona che pensavo di poter essere.

Non sempre siamo divisi tra qualcosa che vogliamo e qualcosa che non vogliamo. A volte siamo divisi tra aspetti di noi che non sappiamo ancora come tenere insieme.

Ed è allora che scegliere può assomigliare a un tradimento: se seguo ciò che desidero, a cosa sto venendo meno? Se resto fedele a ciò che sono sempre stata, cosa di me sto lasciando indietro?

Quando qualcosa di noi non trova posto

Durante gli studi in consulenza familiare frequentavo anche un gruppo di scrittura. Il professore che lo conduceva mi propose di lavorare insieme su La via dell’artista di Julia Cameron.

Al nostro primo incontro mi fece una domanda:

«Cosa ti impedisce di tornare a danzare?»

La domanda mi spaventò.

Nessuno mi vietava di danzare. Eppure tornare a farlo da adulta mi sembrava quasi una follia. Era come se la danza appartenesse a una versione precedente di me: se non ero diventata una ballerina, non capivo più quale posto potesse avere nella mia vita.

Non tornai da quel professore per quasi un anno.

Quella possibilità mi aveva toccata, ma non ero ancora pronta a farle spazio.

A volte incontriamo qualcosa che ci attrae prima di essere pronti a considerarla davvero possibile. Possiamo agitarci, ritrarci, sentire un desiderio e subito cercare di ridimensionarlo.

Il filosofo e psicologo Eugene Gendlin ha chiamato felt sense un sentire corporeo complessivo, inizialmente poco chiaro, legato alla situazione che stiamo vivendo: qualcosa che possiamo avvertire come significativo prima di sapere ancora bene che cosa significhi.

Ascoltarlo non significa pensare che il corpo conosca la decisione giusta. Significa diventare curiosi: cosa accade quando immagino questa possibilità? Dove mi trattengo? Che cosa rende così difficile persino pensarla?

Io avevo bisogno di tempo.

Quando tornai dal mio professore, non avevo deciso chi essere. Ero pronta, però, a esplorare qualcosa che fino a quel momento avevo escluso.

Esplorare ciò che ci divide

Cominciai a scrivere ogni mattina. Tornai a danzare.

Non lasciai la consulenza familiare.

Per la prima volta non cercavo di risolvere il conflitto scegliendo una parte al posto dell’altra. Stavo facendo esperienza di entrambe.

E, mentre lo facevo, cominciavo ad accorgermi di cose che prima non riuscivo a vedere. Durante la formazione, i docenti ci invitavano a non identificarci troppo rigidamente con il ruolo professionale, a lasciare emergere la nostra personalità nella relazione d’aiuto. Sentivo parlare di terapeuti che portavano creatività nel loro modo di lavorare.

Poi, un giorno, venne in classe un’arteterapeuta.

Ci raccontò di una bambina di cinque anni che non riusciva a esprimere a parole una paura. Attraverso il movimento e i materiali artistici, quella paura aveva potuto prendere forma.

Mentre ascoltavo, sentii calore nel corpo e un nodo alla gola. Non sapevo ancora spiegare perché quella storia mi toccasse così tanto. Solo più tardi avrei riconosciuto in quelle sensazioni qualcosa che avevo già cominciato a incontrare: meraviglia e desiderio. Volevo poter lavorare anch’io in quel modo.

Fino ad allora avevo continuato a pensare soprattutto in termini di alternative: cura oppure creatività. Quell’esperienza lasciava intravedere una possibilità diversa. Forse non dovevano necessariamente escludersi.

Non avevo ancora trovato una risposta. Ma il conflitto stava cambiando forma.

È qualcosa che riconosco oggi anche nel mio lavoro con le Terapie Espressive. Quando ci sentiamo divisi, non dobbiamo necessariamente partire dalla domanda «quale delle due strade devo scegliere?». Possiamo prima creare uno spazio in cui avvicinarci a ciò che ciascuna rappresenta per noi.

Nell’arte terapia, immagini, colori e materiali possono dare forma a cose che nel pensiero continuiamo a mettere una contro l’altra: autonomia e appartenenza, sicurezza e possibilità, cura degli altri e realizzazione personale.

Nella danzamovimentoterapia possiamo fare esperienza di una direzione e osservare ciò che accade mentre proviamo a seguirla. Un gesto prende spazio e poi si ritira. Il peso si sposta e torna indietro. Il respiro cambia.

Il corpo e il processo creativo non scelgono al nostro posto. Possono però aiutarci a restare vicini a ciò che sentiamo abbastanza a lungo da cominciare a conoscerlo: che cosa desidero? Che cosa temo di perdere? Che cosa sto cercando di proteggere? Che cosa faccio fatica persino a concedermi di esplorare?

A volte, prima di scegliere tra due strade, abbiamo bisogno di capire meglio che cosa di noi sta cercando spazio in ciascuna.

Allargare l'idea di chi possiamo essere

Quell’incontro con l’arteterapia non mi portò a cambiare strada. Continuai la formazione in consulenza familiare e, negli anni successivi, continuai anche a scrivere e a danzare.

Prima ancora di integrare cura e creatività nel lavoro, avevo cominciato a integrarle nella mia vita.

Solo anni dopo avrei intrapreso una formazione nelle Terapie Espressive e scoperto una strada professionale in cui arte,  movimento corporeo e scrittura creativa potevano entrare nella stanza della terapia.

Nella mia storia hanno finito per trovare posto anche nello stesso lavoro. Ma non sempre accade così, e non è necessario che accada. Per qualcuno riconoscere qualcosa di nuovo di sé porterà a cambiare strada. Per qualcun altro significherà trovare altrove uno spazio per ciò che conta. Altre volte dovremo davvero rinunciare.

La trasformazione può avvenire prima della soluzione: quando ciò che non rientrava nell’immagine che avevamo di noi smette di sembrarci estraneo, inutile o incompatibile con la persona che siamo diventati.

È anche qui che possiamo comprendere la tensione descritta da Erikson tra identità e confusione di ruolo. Se restiamo rigidamente legati ai ruoli e alle identificazioni che già conosciamo, può diventare difficile capire quali valori, desideri e scelte sentiamo davvero nostri. Ciò che emerge di nuovo può sembrarci una minaccia a ciò che siamo già.

Esplorarlo non significa necessariamente seguirlo. Significa conoscerlo abbastanza da capire se e come ci appartiene.

Erikson chiama fedeltà la forza che emerge dalla costruzione dell’identità: la capacità di assumere valori e impegni che riconosciamo come nostri.

Non tutte le parti di noi avranno lo stesso spazio, nello stesso momento. Alcune diventeranno scelte, altre resteranno desideri, interessi, modi di esprimerci. Ma non dobbiamo per questo smettere di riconoscerle come nostre.

Per molto tempo avevo pensato di dover scoprire se fossi quella che cura oppure quella che crea. Prima di trovare una strada capace di accoglierle entrambe, avevo avuto bisogno di riconoscerle entrambe come parti di me.

A volte, prima di decidere quale strada prendere, abbiamo bisogno di allargare l’idea di chi possiamo essere.

E tu? C'è una parte di te che desidera spazio, ma che ancora fatichi a riconoscere?

Se una scelta ti fa sentire divisa, le Terapie Espressive possono offrirti uno spazio per esplorare ciò che stai cercando di proteggere e ciò che desideri davvero.

Per approfondire

Cameron, J. (1998). La via dell'artista. Longanesi.

Erikson, E. H. (2018). I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando Editore.

Gendlin, E. T. (2001). Focusing. Astrolabio.