Perché smettiamo di credere nell’incontro?
Una piccola esperienza relazionale per esplorare la tensione tra intimità e isolamento.
Una piccola esperienza relazionale per esplorare la tensione tra intimità e isolamento.
Qualche mese fa una persona mi disse una frase che non ho più dimenticato.
«Mi sembra di vivere dietro una grande vetrata.»
Prima di arrivare a quell'immagine aveva cercato a lungo le parole. Mi aveva parlato della solitudine. Della sensazione che ogni relazione, prima o poi, si trasformasse in una battaglia. Della stanchezza di dover restare sempre all'erta, come se ogni incontro potesse diventare il luogo di una nuova ferita.
Poi arrivò quella vetrata.
«Vedo gli altri. Anche gli altri vedono me. Ma è come se qualcosa non riuscisse ad attraversare quel vetro.»
Da allora continuo a tornare su quella immagine.
Perché, negli anni, l'ho ritrovata molte volte, anche quando nessuno usava quelle stesse parole. L'ho incontrata in persone che si sentivano profondamente sole pur essendo circondate da relazioni. In persone che desideravano essere comprese e, nello stesso tempo, facevano fatica a lasciarsi raggiungere. In persone che continuavano ad amare, ma avevano smesso di credere che l'incontro potesse ancora essere un luogo sufficientemente sicuro.
Qualche mese dopo, quella stessa persona mi scrisse un messaggio.
«Non ho più voglia di cercare le persone.»
Molti leggerebbero questa frase come una rinuncia. Come la prova che il desiderio di stare con gli altri si sia spento. Io, invece, ripensai subito a quella vetrata.
Non mi sembrava che avesse smesso di desiderare gli altri.
Mi sembrava, piuttosto, che avesse smesso di fidarsi dell'incontro.
Quando il dolore si ripete, qualcosa dentro di noi cambia. Non sempre smettiamo di desiderare vicinanza. Più spesso smettiamo di aspettarci che la vicinanza possa davvero trasformarsi in contatto. È una differenza sottile, ma cambia completamente il modo in cui leggiamo la nostra esperienza.
All'inizio quasi non ce ne accorgiamo. Evitiamo una conversazione che sentiamo troppo impegnativa. Rimandiamo una risposta. Preferiamo restare a casa invece di accettare un invito. Ci convinciamo che stiamo bene da soli, che le relazioni sono complicate, che è meglio non aspettarsi troppo dalle persone.
Nessuna di queste scelte nasce per caso. Ognuna racconta una storia. Ognuna, in un certo momento della vita, ha cercato di proteggerci da qualcosa che aveva già fatto male.
Il problema nasce quando quella protezione smette di essere una possibilità e diventa l'unico modo che conosciamo per stare in relazione.
È allora che la vetrata si ispessisce.
Continuiamo a vedere il mondo. Continuiamo perfino a desiderarlo. Ma, poco alla volta, smettiamo di credere che qualcosa possa davvero attraversare quel vetro.
È in momenti come questi che diventa facile raccontarsi una storia. A volte ci convinciamo che il problema siano gli altri: troppo distratti, troppo superficiali, troppo poco disponibili. Altre volte accade il contrario e finiamo per pensare che il problema siamo noi: troppo sensibili, troppo complicati, incapaci di costruire relazioni sane.
Sono spiegazioni diverse, ma hanno qualcosa in comune. Entrambe spostano lo sguardo sulle persone. Molto più raramente ci invitano a osservare l'incontro. Eppure, forse, è proprio lì che vale la pena fermarsi.
Che cosa succede quando un incontro smette di essere vissuto come un luogo in cui qualcosa di buono può accadere? Che cosa cambia quando la vicinanza continua a essere possibile, ma il contatto sembra non esserlo più?
Lo psicologo dello sviluppo Erik Erikson ha dedicato molte pagine a quella che considerava una delle grandi sfide della vita adulta: la tensione tra intimità e isolamento.
Spesso immaginiamo l'intimità come la presenza di una relazione significativa. Un partner, un'amicizia profonda, una famiglia. In realtà, Erikson descrive qualcosa di molto più essenziale. L'intimità è la capacità di entrare in relazione senza dover rinunciare a sé stessi.
Vista da questa prospettiva, anche la parola isolamento cambia significato.
Non coincide semplicemente con l'assenza di relazioni. Può abitare una vita piena di incontri, di conversazioni, di persone care. Può assomigliare proprio a quella vetrata: una condizione in cui la vicinanza rimane possibile, ma qualcosa continua a impedire che l'incontro diventi davvero un luogo di scambio.
Forse è qui che anche la nostra domanda può cambiare.
Non è più soltanto:
«Perché mi sento così sola?»
Può diventare un'altra.
Che cosa è accaduto alla mia fiducia nell'incontro?
È qui che Erikson ci invita a guardare ancora più indietro. La capacità di costruire relazioni intime non nasce improvvisamente nell'età adulta. Si appoggia su quella che lui chiama fiducia di base: l'esperienza, costruita molto presto nella vita, che ci permette di sentire il mondo come un luogo sufficientemente affidabile da rendere possibile l'incontro.
Quando questa fiducia viene ferita ripetutamente, non smettiamo necessariamente di desiderare gli altri. Più spesso smettiamo di credere che una relazione possa diventare un luogo in cui poter riposare.
E allora la vetrata continua a svolgere il compito per cui è nata. Ci protegge da un dolore che conosciamo bene. Ma, nello stesso tempo, rende sempre più difficile lasciarci raggiungere da qualcosa che quel passato potrebbe non confermarlo.
Ripenso spesso a quella vetrata.
Oggi non riesco più a vederla soltanto come un ostacolo. Mi chiedo se non sia stata, prima di tutto, un gesto di cura. Un modo con cui una parte di noi ha cercato di proteggerci quando l'incontro era diventato un luogo troppo doloroso.
Forse è per questo che il compito non è prendere a martellate quel vetro.
È accorgerci che, nel frattempo, qualcosa potrebbe essere cambiato. Che non tutti gli incontri sono uguali. Che non tutte le persone chiedono lo stesso prezzo. Che non ogni vicinanza finisce inevitabilmente per ferire.
La fiducia non ritorna perché decidiamo di fidarci.
Ritorna quando un incontro, poi un altro, e poi un altro ancora, smettono lentamente di confermare ciò che il passato ci aveva insegnato.
Forse è così che una vetrata comincia a cambiare.
Non perché si rompe.
Ma perché, un giorno, ci accorgiamo che non era l'unico modo possibile di abitare il mondo.
In questo articolo abbiamo osservato che cosa accade tra le persone, quando la fiducia nell'incontro si incrina e la vicinanza non riesce più a trasformarsi in contatto.
Ma ogni relazione comincia molto prima.
Comincia dal modo in cui il nostro corpo incontra il mondo.
Se desideri esplorare questa prospettiva, ti invito a leggere anche "Quando il corpo si ritrae", un articolo della rubrica Le Radici che nasce da una semplice domanda:
Come incontri il mondo?