Crisi di coppia? E se non potessimo più essere quelli di prima?
Riflessioni sull’identità di coppia mentre diventiamo persone diverse da quelle che eravamo.
Riflessioni sull’identità di coppia mentre diventiamo persone diverse da quelle che eravamo.
«Non ce la faccio più. Non so per quanto tempo potremo ancora andare avanti così.»
A volte una crisi di coppia comincia a farsi sentire proprio così. Non necessariamente con un tradimento, una separazione o un litigio diverso da tutti gli altri. Al contrario: ciò che logora può essere proprio la sensazione che succeda sempre la stessa cosa. Io faccio qualcosa, tu reagisci in un certo modo, la tua reazione provoca qualcosa in me, io rispondo. E ricominciamo.
Cambiano gli argomenti — un acquisto, un impegno con gli amici, una decisione sui figli, una vacanza da organizzare — ma il litigio sembra sempre lo stesso. Finché uno dei due comincia a chiedersi: «Quanto possiamo andare avanti così?». E, qualche volta: «Non so più cosa voglio.» Restare? Andare via? Provare ancora? Arrendersi?
Prima di cercare una risposta, però, potrebbe essere utile tornare molto indietro, al tempo in cui quella persona che oggi ci irrita così facilmente era la persona che avevamo scelto. Perché a volte, dentro ciò che oggi facciamo più fatica a sopportare, c’è qualcosa che anni fa avevamo guardato con occhi completamente diversi.
Com’è possibile che proprio qualcosa che ci aveva fatto innamorare dell’altro diventi, anni dopo, una delle cose che facciamo più fatica a sopportare?
Quando scegliamo qualcuno non scegliamo una persona astratta. Ci piacciono delle cose precise: mi piace perché prende iniziativa; mi fa sentire al sicuro; è spontaneo; sa sempre cosa fare; è sensibile; è indipendente; mi fa uscire dal guscio.
All’inizio poteva essere: «Mi piace perché è intraprendente.» Dieci anni dopo può diventare: «Decide sempre tutto lei.» «Mi piaceva perché era tranquillo» può diventare «Non prende mai posizione». «Mi faceva sentire protetta», «Vuole controllare tutto». «Era così spontanea», «Non posso programmare niente con lei».
Che cosa è successo, nel frattempo, tra noi perché quella stessa qualità abbia cominciato ad avere un significato così diverso?
In una relazione non portiamo soltanto il nostro carattere. Nel tempo impariamo anche a stare l’uno con l’altra in un certo modo. Se tu sei intraprendente, può accadere che diventi sempre più spesso quella che decide. E se tu sei quella che decide, io posso diventare sempre più spesso quello che lascia decidere.
Più tu prendi l’iniziativa, meno io partecipo. Più io partecipo poco, più tu senti di doverti occupare delle cose. Più te ne occupi, più io posso avere la sensazione che per me non ci sia spazio. Finché un giorno dico: «Decidi sempre tutto tu». E tu potresti pensare: «Ma se non lo faccio io, qui non decide nessuno».
Lo stesso può accadere in molti altri modi. Uno cerca il confronto e l’altro si chiude; più l’altro si chiude, più il primo insiste; più insiste, più l’altro sente il bisogno di allontanarsi.
A quel punto stabilire chi abbia cominciato diventa difficile e forse persino poco utile. Più interessante è chiedersi: che cosa accade tra noi perché, quando siamo insieme, finiamo così?
Guardare ciò che accade tra noi, però, non significa pensare che ciascuno abbia necessariamente lo stesso peso. Due persone possono influenzarsi a vicenda senza avere la stessa responsabilità, la stessa libertà di movimento o sostenere lo stesso carico.
A volte il nostro modo di stare insieme finisce per produrre proprio le versioni di noi che poi diciamo di non sopportare più.
E intanto passano gli anni. Cambiamo lavoro, diventiamo genitori, i figli crescono, il corpo cambia. Perdiamo persone importanti, facciamo incontri nuovi, scopriamo interessi che prima non avevamo. Alcune cose che ci sembravano fondamentali smettono di esserlo; altre cominciano a chiamarci con una forza che non conoscevamo.
Continuiamo, insomma, a diventare.
Erik Erikson ha descritto l’identità non come qualcosa che costruiamo una volta per tutte, ma come un senso di continuità che attraversa il cambiamento. Abbiamo bisogno di poter dire: sono ancora io, anche se non sono più esattamente quella di prima.
Ma quando condividiamo la vita con qualcuno, ciò che accade a me non riguarda soltanto me. La persona con cui vivo oggi non è esattamente quella che ho scelto anni fa. E nemmeno io sono più esattamente la persona che l’ha scelta.
Quando uno dei due cambia, l’altro può sentirsi disorientato. «Prima non eri così.» «Una volta queste cose non ti interessavano.» «Non capisco perché adesso debba cambiare tutto.» «Non ti riconosco più.»
Qualche volta queste frasi possono essere un tentativo di ostacolare il cambiamento dell’altro. Ma qualche altra volta, sotto «non ti riconosco più», potrebbe esserci una domanda più fragile: «Se tu non sei più quella persona, chi sono io accanto a te?»
Se per vent’anni io sono stato quello forte e tu quella che aveva bisogno di me, la tua nuova autonomia cambia anche il posto che occupavo accanto a te. Se sei sempre stata tu a organizzare la nostra vita e adesso non vuoi più farlo, qualcosa viene richiesto anche a me. E se durante i conflitti io alzavo la voce e tu tacevi, quando cominci a rispondermi non cambia soltanto il tuo comportamento: cambia il nostro equilibrio.
Il cambiamento di uno può destabilizzare l’equilibrio dell’intera relazione. Perché anche un modo di stare insieme che ci fa soffrire può aver svolto una funzione importante: può averci protetti da conflitti che non sapevamo affrontare, da paure che non riuscivamo a nominare o da responsabilità che non ci sentivamo capaci di sostenere.
Per questo non sempre basta accorgersi che un equilibrio non funziona più per riuscire a cambiarlo. Lasciare un vecchio modo di essere coppia significa anche perdere qualcosa che, nel bene e nel male, ci aveva tenuti insieme.
E allora può accadere qualcosa di paradossale: per proteggere ciò che siamo stati insieme, possiamo cominciare a chiedere all’altro di non diventare troppo diverso da quello che conosciamo.
È qui che una crisi di coppia può diventare anche una crisi d’identità. La domanda non è più soltanto «Perché litighiamo sempre?». A un certo punto posso cominciare a chiedermi: «Posso essere la persona che sto diventando e continuare a stare con te?» Perché il mio cambiamento pone anche all’altro il problema di come continuare a riconoscersi nella relazione con una persona che non è più esattamente quella di prima.
Quando non riusciamo a trovare una risposta, le possibilità possono sembrarci soltanto due: rinunciare a qualcosa di me per salvare il nostro rapporto, oppure rinunciare al rapporto per poter essere me. Me o noi.
Ma forse esiste una domanda ancora da fare: il nostro modo di essere “noi” può cambiare?
Cambiare il “noi” può essere molto più difficile di quanto sembri. Non tutti abbiamo la stessa libertà di muoverci dentro una relazione e non tutti i ruoli hanno lo stesso peso. Chi «decide sempre tutto», per esempio, può aver assunto negli anni anche gran parte della responsabilità pratica o emotiva della famiglia; chi «lascia decidere» può aver trovato in quella posizione un modo per evitare il conflitto, l’errore o una responsabilità che sente troppo grande.
Per questo cambiare non significa semplicemente scambiarsi i ruoli. Significa capire che cosa quell’equilibrio chiedeva a ciascuno, che cosa permetteva di evitare e quale prezzo faceva pagare.
Se tu non vuoi più decidere tutto, quindi, non basterà che io decida qualche volta al posto tuo. Potrei dover imparare ad assumermi una responsabilità che prima lasciavo a te, compreso il rischio di sbagliare. Se io comincio a dire di no, tu potresti dover incontrare ciò che succede dentro di te quando non mi adeguo.
E se cambi, potrei dover rinunciare all’idea di conoscerti già.
Forse una delle possibilità più intime che una relazione lunga può offrirci è proprio questa: poter imparare a conoscere più volte la persona con cui abbiamo scelto di stare. Non soltanto tollerare che cambi, ma qualche volta riuscire persino a riconoscere e sostenere qualcosa della persona che sta cercando di diventare.
Ma questo non dipende soltanto dalla buona volontà. Alcuni cambiamenti possono toccare punti molto fragili della nostra storia e mettere in crisi il modo in cui abbiamo imparato a sentirci al sicuro nelle relazioni. Ciò che per uno significa autonomia, per l’altro può essere vissuto come distanza. Ciò che per uno è finalmente la possibilità di prendere parola, per l’altro può sembrare la perdita del proprio posto.
Comprendere che dobbiamo cambiare non significa ancora essere capaci di farlo.
A questo punto possiamo tornare a quel «Non so più cosa voglio». Forse la prima domanda non deve essere necessariamente: resto o vado via? Potrebbe essercene una precedente: posso mantenere fede all’impegno preso quando oggi non siamo più chi eravamo quando ci siamo scelti?
Mantenere un impegno non significa ripetere per sempre la forma che quell’impegno aveva all’inizio. Possiamo continuare a essere sposati, occuparci dei figli, dividere le spese e tuttavia non riconoscerci più nel modo in cui stiamo vivendo il nostro legame. Allo stesso modo, cambiare non significa necessariamente che quell’impegno abbia smesso di appartenerci.
Può esserci bisogno di sceglierlo nuovamente. Non dalle persone che eravamo, ma dalle persone che siamo diventate.
E forse, ancora prima di sapere se riusciremo a sceglierci di nuovo, possiamo chiederci se abbiamo fiducia nella nostra capacità di cambiare insieme. Non la fiducia che l’altro cambierà come desideriamo noi. E neppure la certezza che riusciremo comunque a restare insieme.
È una fiducia più difficile: possiamo attraversare la destabilizzazione necessaria perché qualcosa cambi davvero tra noi?
Perché tra il vecchio equilibrio che non funziona più e un nuovo modo di stare insieme c’è spesso un tempo scomodo, nel quale sappiamo ciò che non possiamo più essere, ma non sappiamo ancora che cosa potremo diventare.
E proprio mentre proviamo a cercare qualcosa di nuovo, rischiamo di ritrovarci nel vecchio equilibrio. Più uno prova a muoversi, più l’altro può sentirsi minacciato; più cerca di recuperare sicurezza, più il primo può sentire di non avere spazio. Non perché non abbiamo capito che qualcosa deve cambiare, ma perché stiamo cercando di cambiare usando gli stessi modi di stare insieme che ci hanno portati fin qui.
È anche per questo che, in alcuni momenti, chiedere aiuto può diventare una risorsa. Non perché qualcuno dall’esterno possa dire chi ha ragione, indicare come dovrebbe cambiare l’altro o decidere se una coppia debba restare insieme. Ma perché può essere difficile vedere con chiarezza un modo di stare insieme mentre ne siamo entrambi parte.
Uno spazio professionale può aiutare a rallentare ciò che accade tra i due, a riconoscere ciò che ciascuno sta cercando di proteggere e a rendere più visibile il modo in cui entrambi partecipano a ciò che accade nella relazione.
Qualche volta questo processo può condurre a scegliersi nuovamente e trovare un modo diverso di stare insieme. Qualche altra volta può portarci a riconoscere che, per continuare quella relazione, stiamo rinunciando a parti troppo importanti di noi o che quel legame sta compromettendo la nostra salute. In questi casi, anche la separazione può diventare una possibilità da prendere seriamente in considerazione.
Un percorso di coppia, allora, non serve necessariamente a salvare una relazione. Può aiutare anche a comprendere con maggiore chiarezza se esistono ancora le condizioni per continuare a sceglierla.
Non esiste una risposta già scritta.
Ciò che una crisi può rendere visibile, però, è che il modo in cui siamo stati insieme fino a quel momento non riesce più a contenere le persone che siamo diventate. Continuare non significa necessariamente conservare ciò che avevamo. Può significare attraversare un tempo nel quale qualcosa del nostro vecchio equilibrio deve essere lasciato, senza sapere ancora quale forma potrà prendere ciò che verrà dopo.
Per questo, quando arriviamo a pensare: «Non ce la faccio più. Non so per quanto tempo potremo ancora andare avanti così», potrebbe valere la pena fermarsi proprio su quell’ultima parola.
Così.
Perché forse ciò che non può più andare avanti non è necessariamente il nostro legame. Potrebbe essere il modo in cui abbiamo imparato a stare insieme.
E allora la domanda diventa: Quando il modo in cui siamo stati insieme non funziona più, possiamo provare, l'uno e l'altra, a capire che cosa può ancora cambiare tra noi?
A volte questa domanda trova una risposta dentro la coppia stessa. Altre volte, per vederla con chiarezza, serve uno sguardo che non sia già dentro la relazione.
Un percorso di consulenza familiare non decide al posto vostro se restare insieme o separarvi.
Aiuta a rallentare ciò che accade tra voi, a riconoscere ciò che ciascuno sta proteggendo e a capire quali possibilità sono ancora aperte.