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Quando il corpo si ritrae

Una piccola esperienza corporea per comprendere la tensione tra intimità e isolamento.

Il corpo non aspetta il pensiero

Durante il volo di ritorno mi ero sistemata nella fila centrale dell'aereo. Avevo appoggiato i gomiti ai braccioli e, senza farci troppo caso, sentivo il peso delle braccia distribuirsi lateralmente. Era una posizione comoda, quasi riposante. A un certo punto, il passeggero seduto alla mia destra appoggiò il suo braccio sul bracciolo. Le nostre spalle si sfiorarono appena.

Quasi nello stesso istante ritirai entrambe le braccia verso il centro del corpo e le incrociai sul petto.

Fu un gesto rapidissimo. Non ricordo di averlo deciso. Accadde e basta.

Solo qualche istante dopo iniziai a cercarne una spiegazione. Mi venne in mente il fastidio che avevo provato ai gomiti durante il volo di andata, tenendoli appoggiati nella stessa posizione. Quando il mio vicino, con grande gentilezza, mi chiese se mi stesse dando fastidio, gli risposi di no. Gli spiegai che avevo semplicemente cambiato posizione perché ricordavo quel dolore ai gomiti.

L'episodio avrebbe potuto finire lì. Una spiegazione plausibile, una conversazione cortese e il volo che prosegue.

E invece, nei giorni successivi, continuavo a tornarci con il pensiero.

Non tanto per chiedermi se la spiegazione che avevo dato fosse giusta oppure no. Quello che continuava a incuriosirmi era la sequenza dell'esperienza. Prima il contatto. Poi il ritiro del corpo. Solo dopo il pensiero.

Una domanda che scioglie la difesa

Più tardi, durante lo stesso volo, accadde di nuovo. Questa volta furono le nostre ginocchia a incontrarsi.

Mi accorsi della differenza soltanto ripensandoci dopo. Non mi ero ritratta. Quel piccolo particolare continuava a interrogarmi.

Che cosa era cambiato?

Fu allora che capii perché quella domanda continuava a tornare.

Il giorno precedente avevo accompagnato un gruppo di allieve in danzamovimentoterapia a esplorare una domanda semplice.

Come incontriamo il mondo?

Per tutto il giorno avevamo osservato come il corpo incontra il suolo, una parete, un altro corpo. Non per imparare una tecnica, ma per accorgerci che il modo in cui affidiamo il peso, ci ritraiamo o ci lasciamo sostenere racconta qualcosa del modo in cui abitiamo le nostre relazioni.

Seduta su quell'aereo, senza volerlo, mi ritrovai a fare la stessa cosa che avevo chiesto alle mie allieve. Non cercare subito una spiegazione. Fermarmi a osservare.

Che cosa aveva fatto il mio corpo? Che cosa aveva riconosciuto prima ancora che io iniziassi a pensarci?

Ripensando a quei pochi minuti, mi sono resa conto che, tra il primo e il secondo contatto, era accaduto qualcosa di molto semplice. Quel passeggero non aveva interpretato il mio gesto come un rifiuto. Non si era irrigidito. Non aveva invaso il mio spazio. Aveva fatto una domanda.

«Le sto dando fastidio?»

Una domanda semplice. Eppure aveva cambiato la qualità dell'incontro.

Non aveva cambiato la distanza tra i sedili.

Aveva cambiato il clima relazionale dentro cui quell'incontro stava avvenendo.

Il mio corpo, prima ancora della mia mente, sembrava averlo riconosciuto.

"Mi sento più aperto al mondo"

Mentre continuavo a interrogarmi su quel piccolo episodio, riaffiorò alla memoria un'altra scena. Diversa per contesto, ma sorprendentemente vicina nella domanda che custodiva.

Ricordo un ragazzo di sedici anni che avevo accompagnato in un percorso individuale. Il bullismo gli aveva lentamente insegnato a incontrare il mondo con molta prudenza. Durante una seduta non lavorammo sulle sue emozioni. Non gli chiesi di raccontare la sua storia. Lo accompagnai semplicemente a osservare il modo in cui il suo corpo incontrava il suolo.

Alla fine dell'esplorazione gli chiesi:

«Che cosa è cambiato?»

Rimase in silenzio per qualche istante.

Poi disse soltanto:

«Mi sento più aperto al mondo.»

Quelle parole mi accompagnano ancora. Perché non erano la risposta che mi aspettavo. Pensavo mi avrebbe parlato del corpo.

Invece parlò del mondo.

Restare senza perdersi

Da allora continuo a tornare su quella frase.

Che cosa significa sentirsi più aperti al mondo?

Per molto tempo ho pensato che il rapporto tra il corpo e il mondo funzionasse in una sola direzione. Le esperienze che viviamo lasciano tracce nel corpo. Le relazioni ci plasmano. Le delusioni ci rendono più guardinghi. Gli incontri che ci fanno sentire al sicuro ci permettono di rilassarci.

È vero. Ma forse non è tutta la storia.

E se anche il percorso andasse nella direzione opposta? E se il modo in cui il corpo incontra il mondo contribuisse, continuamente, a dare forma al mondo che ci diventa possibile abitare?

Se questa possibilità è reale, allora cambia anche il modo di comprendere una delle grandi sfide della vita adulta.

Lo psicologo dello sviluppo Erik Erikson descrive questa sfida come la tensione tra intimità e isolamento. Spesso pensiamo all'intimità come alla presenza di una relazione: un partner, un'amicizia profonda, una famiglia. Ma forse l'intimità è qualcosa di ancora più essenziale. È la capacità di lasciarsi incontrare senza perdere se stessi, di restare nell'incontro senza dover scegliere tra due estremi: fonderci con l'altro oppure ritirarci per proteggerci.

Forse è per questo che il contrario dell'isolamento non è semplicemente la compagnia. È la disponibilità all'incontro.

L'intimità non nasce dalla fusione. Nasce dalla possibilità di restare presenti: al suolo che ci sostiene, allo spazio che ci accoglie, all'altro, senza dover abbandonare noi stessi.

Forse è proprio questo che rende possibile l'intimità. Non il coraggio di esporsi a qualunque costo, ma la possibilità, profondamente incarnata, di restare nell'incontro.

Il suolo, l'altro, il possibile

Per questo continuo a tornare alla domanda con cui ho aperto la formazione delle allieve.

Come incontri il mondo?

Non riguarda soltanto il modo in cui incontriamo le persone. Riguarda il modo in cui incontriamo il pavimento sotto i nostri piedi, il sostegno che riceviamo, la vicinanza di un altro corpo. Riguarda il modo in cui il nostro corpo si prepara, si irrigidisce, si ritrae oppure rimane.

Perché ogni incontro lascia una traccia. Ma ogni nuovo incontro può anche riscriverla.

Forse l'intimità non comincia quando troviamo la persona giusta. Forse comincia molto prima: in quei piccoli istanti, quasi invisibili, in cui il corpo scopre che può restare in un incontro senza trattenersi, senza scomparire, senza smettere di essere se stesso.

Forse oggi il mondo non cambierà.

Ma potrebbe cambiare il modo in cui lo incontro.

Continua l'esplorazione

Questo articolo fa parte della rubrica "Le Radici", dove esploro le grandi domande dello sviluppo umano attraverso piccole esperienze corporee.

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