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Inizio tante cose ma non riesco a portarle avanti. Perché?

Riflessioni sulla generatività — il settimo stadio della vita secondo Erik Erikson — tra corpo, creatività e continuità nel tempo.

Il cassetto delle cose ferme

C’è un cassetto, in molte case, pieno di cose a metà. Un manoscritto fermo al terzo capitolo. Una chitarra che non si suona da anni. Un progetto aperto sul desktop da così tanto tempo che non si ricorda più cosa ci fosse dentro. Non sono oggetti abbandonati: sono inizi che non hanno trovato continuità. E la cosa strana è che, a riaprirlo, qualcosa nel corpo si muove ancora. Non è nostalgia — è qualcosa di più fisico: una stretta al petto, un peso che sale, qualcosa che si apre e subito si richiude. Come se il corpo ricordasse, anche quando la mente ha imparato a non guardare più.

Quando il desiderio si ferma

Quegli inizi non erano capricci. Erano — sono — cose che sentivamo di dover fare, in qualche modo. Non necessariamente grandi opere: a volte un gesto semplice, ripetuto, che dava forma a qualcosa dentro di noi. E se si sono fermati, quasi mai è perché abbiamo smesso di volerli. È perché a un certo punto il corpo ha smesso di trovare lo spazio per sostenerli — e quando il corpo non trova spazio, si contrae, trattiene, impara a fare a meno. Non è una scelta consapevole: è un adattamento. Silenzioso, progressivo, spesso invisibile anche a noi stessi.

Tra dentro e fuori: dove nasce il blocco

È in questa zona — tra ciò che nasce dentro e ciò che riesce a prendere forma fuori — che si gioca qualcosa di più profondo di una semplice questione di tempo o di disciplina. Non è "non riesco a trovare il momento giusto". È che il corpo, nel tempo, ha imparato a trattenere invece di rilasciare, a comprimersi invece di espandersi, a proteggere invece di esporsi. E quando questo schema si radica, anche il desiderio più vivo trova difficoltà a uscire — resta dentro, circola, ma non riesce ad attraversare la soglia.

Generatività: una parola che parla al corpo

Questa capacità — di portare qualcosa nel mondo e restare in relazione con ciò che si è iniziato — ha un nome nella teoria dello sviluppo: generatività, come la descriveva lo psicoanalista Erik Erikson. Non solo figli o opere, ma tutto ciò a cui scegliamo di dedicare cura nel tempo. Oggi quella parola suona attuale in un modo che forse lui non aveva previsto. Perché la domanda che molti portano in silenzio non è astratta: è somatica. Si sente nel corpo come una tensione irrisolta, un movimento incompiuto, un'energia che non trova scarico. Che cosa, in me, può ancora essere portato nel mondo? E cosa — nel modo in cui respiro, mi tengo, mi trattengo — mi impedisce di continuare a farlo vivere?

Quattro modi in cui il corpo si blocca

Quella domanda si presenta in modi diversi nelle vite di ognuno — e ognuno di questi modi ha una sua firma corporea che spesso precede le parole.

1 — Chi non inizia

C'è chi ha un'idea chiara di ciò che vorrebbe fare, ma il primo gesto non arriva mai. Il desiderio c'è — si sente come una pressione interna, qualcosa che vuole uscire. Ma il peso del corpo non si impegna, il flusso resta trattenuto, come se ogni impulso verso l'esterno venisse intercettato prima ancora di diventare movimento. Non è immobilità: è una vibrazione che non trova scarico. Il corpo è lì, sulla soglia, in una tensione che non si risolve né in avanti né indietro — sospesa, in attesa di una certezza che non arriva.

2 — Chi inizia ma non finisce

Un passo più avanti c'è chi inizia — con energia, spesso con un'accelerazione improvvisa, come se il gesto partisse tutto insieme. Ed è proprio lì il nodo: il ritmo dell'avvio è forte, quasi urgente, ma non ha la gradualità che serve per sostenere la continuità. È un movimento che brucia presto, che non sa modulare la propria intensità nel tempo. Arriva un punto — nel mezzo, quasi sempre — in cui il corpo non trova più carburante. Non è stanchezza ordinaria: è il segnale di un ritmo che non è stato costruito per durare.

3 — Chi finisce ma non mostra

C'è poi chi porta a termine, ma non offre. Il lavoro c'è, la forma anche — eppure il corpo non compie l'ultimo gesto, quello che porta qualcosa fuori dallo spazio personale e lo consegna al mondo. È un movimento che si chiude su sé stesso invece di espandersi: le spalle che si raccolgono, il petto che si contrae, il respiro che si accorcia nel momento in cui si pensa di condividere. Come se il corpo, nell'avvicinarsi allo spazio esterno, percepisse un confine invisibile e si ritirasse — non per mancanza di forma, ma per una difficoltà a occupare lo spazio oltre sé.

4 — Chi faceva e ha smesso

Infine c'è chi un tempo aveva trovato un ritmo suo — e l'ha perso nel tentativo di adattarsi ai ritmi degli altri. Il gesto creativo richiede un tempo interno lento, non produttivo nel senso convenzionale. Quando il corpo è stato a lungo governato da urgenze esterne — scadenze, richieste, adattamenti continui — quel tempo interno si comprime, si disabitua, smette di essere disponibile. E allora il gesto si spezza, si interrompe, non trova la sua durata naturale.


Questi non sono tipi di persone fissi. Sono qualità di movimento — modi in cui la stessa tensione, quella tra generare e trattenere, prende forma nel corpo prima ancora di diventare una storia che raccontiamo di noi stessi. E spesso è lì, in quella qualità, che si trova la chiave: non nel cosa, ma nel come il corpo si muove — o non si muove — verso ciò che sente importante.

Perché oggi il corpo fatica ancora di più

Se il corpo porta queste tracce, non è per caso — è perché il contesto in cui viviamo le ha depositate nel tempo. Il lavoro è spesso instabile, i percorsi non lineari, le giornate dense di richieste che lasciano poco spazio a ciò che non è urgente. In queste condizioni, il sistema nervoso impara ad adattarsi: a restare in allerta, a non concedersi soste, a rimandare ciò che non produce un risultato immediato. E il gesto creativo — lento, incerto, senza garanzie — è esattamente il tipo di cosa che un corpo cronicamente sovraccarico impara a mettere da parte.

Non manca la volontà, manca la regolazione

Non è un problema di volontà. È un problema di regolazione: quando il corpo è abituato all'urgenza, fatica a sostenere la qualità di presenza che il creare richiede — quella capacità di stare con qualcosa di incompiuto, di tollerare l'incertezza, di continuare anche senza conferme. Anche immaginare un futuro in cui qualcosa che generiamo oggi possa durare — un progetto, una comunità, una vita — diventa più difficile quando il corpo vive prevalentemente nel breve termine, in risposta a ciò che preme adesso.

La domanda giusta non è "cosa", ma "come"

La domanda sulla generatività cambia allora forma. Non è più soltanto "che cosa vuoi creare?", ma qualcosa di più concreto e più incarnato: il tuo corpo riesce a sostenere ciò che nasce? Riesce a restare con ciò che ha iniziato, senza contrarsi, senza esaurirsi, senza sparire nel mezzo? Riesce a espandersi abbastanza da permettere a qualcosa di uscire — e a radicarsi abbastanza da permetterle di continuare?

La generatività non è solo un atto della mente. È qualcosa che il corpo deve poter sostenere nel tempo.

L'uomo che piantava alberi: una storia di corpo e pazienza

C'è un racconto che mostra cosa significa rispondere sì a quella domanda. Ne L'uomo che piantava gli alberi, un uomo in una terra arida e abbandonata pianta alberi uno alla volta, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Non lo fa per essere visto, né per ottenere un risultato immediato. Lo fa perché quel gesto, ripetuto nel tempo, è il suo modo di restare in relazione con qualcosa che sente importante. Col tempo, quel gesto trasforma il paesaggio e rende possibile l'esistenza di altri. 

Ma quello che il racconto non dice — e che è forse la parte più difficile — è quanta solitudine c'è nei giorni in cui il terreno non risponde, in cui gli alberi piantati non si vedono ancora, in cui non si sa se qualcosa stia davvero crescendo. 

E quanta capacità deve avere il corpo — di stare, di restare, di non andarsene — per continuare lo stesso.

La domanda che apre qualcosa di reale

È proprio lì, in quei giorni, che si decide qualcosa. Non cosa vogliamo realizzare — quello lo sappiamo già, sta nel cassetto. Ma se il corpo riesce a stare con ciò che abbiamo iniziato, senza contrarsi, senza cedere all'urgenza di altro, senza aspettarsi che qualcuno lo veda. Non è una domanda rassicurante. Ma è forse l'unica che, se presa sul serio nel corpo oltre che nella mente, apre qualcosa di reale.

Il primo passo non è superare la resistenza — è riconoscerla. Sentire dove è, come si chiama nel corpo, da quanto tempo è lì. Spesso quella resistenza non è un ostacolo: è un'informazione. Dice qualcosa su quanto quel gesto conta, su quanto si ha paura di deluderlo, su quanto ci si aspetta da sé. Ascoltarla, prima di spingerla via, è già un modo di tornare in relazione con ciò che si è fermato.

Non serve farlo da soli

Restare con quella domanda non è sempre facile da fare da soli. A volte serve uno spazio in cui il corpo possa dire quello che la mente continua a rimandare — un luogo in cui ciò che è rimasto sospeso possa tornare a muoversi.

Se senti che hai qualcosa da portare avanti — e che da sola non riesci a tenerlo vivo — esiste un modo per lavorarci. Nei percorsi individuali e di gruppo che propongo, lavoriamo attraverso la danzamovimentoterapia: un approccio che usa il corpo e il movimento non per ballare, ma per ritrovare il filo di ciò che si è iniziato — la capacità di restare, di continuare, di portare fuori. Non per accelerare. Per radicare. Puoi scrivermi e chiedere più informazioni qui.