Quando fare bene non basta: capire il senso di inferiorità
Da dove nasce la paura di non essere abbastanza e come ritrovare il piacere di fare.
Da dove nasce la paura di non essere abbastanza e come ritrovare il piacere di fare.
Ho cinquant’anni e uno strumento su cui non si può sbagliare. Si chiama handpan e me l’hanno regalato per il compleanno. Le sue nove note suonano bene insieme, in qualunque ordine le tocchi. È pensato anche per chi, come me, non sa suonare.
Quando sono sola, in salotto, lo esploro senza pensarci troppo. Provo, mi fermo, riprovo. Poi entra qualcuno e qualcosa cambia: il respiro si accorcia, le mani si irrigidiscono. Perdo il ritmo e continuo a ripetere le stesse note. Un giorno l’ho detto ad alcuni amici seduti intorno allo strumento: «Quando sono sola riesco a suonare meglio.»
Uno strumento su cui non si può sbagliare, eppure mi blocco lo stesso. Basta qualcuno che ascolta perché un momento di piacere cominci a sembrarmi una prova.
Ti è mai successo qualcosa di simile? Magari sai fare una cosa, ma appena qualcuno ti guarda cominci a dubitare di te. Il senso di inadeguatezza può presentarsi anche così: ti senti meno capace degli altri, temi che un errore riveli quanto poco vali. E quello che sai fare non basta a rassicurarti.
Questa sensazione non nasce dal nulla. Per capire da dove può arrivare, dobbiamo tornare un po’ indietro, a quando eravamo bambini.
Da bambini impariamo a fare tante cose: leggere, scrivere, costruire, giocare insieme. Abbiamo bisogno di tempo, di aiuto e di qualcuno che riconosca i nostri progressi.
Erik Erikson, uno studioso dello sviluppo umano, ha chiamato questo passaggio industriosità e senso di inferiorità. La parola “industriosità” indica qui il piacere di imparare a fare, impegnarsi e portare a termine qualcosa.
Quando un adulto ti aiuta a capire un errore, puoi pensare: questa cosa non mi riesce ancora, posso imparare.
Se invece ricevi spesso giudizi come «sei negato», «non capisci niente» o «gli altri sono più bravi», puoi cominciare a pensare che il problema sia tu. Anche sentirsi apprezzati soprattutto quando si ottengono buoni risultati può far nascere una regola: per valere, devo riuscire.
Così una difficoltà diventa un giudizio su tutta la persona. Da «Ho sbagliato» passi a «Non sono capace». E una cosa riuscita può sembrarti soltanto fortuna.
Ogni storia è diversa. Contano anche le possibilità di imparare e il sostegno ricevuto. Inoltre, queste convinzioni possono rafforzarsi da adulti, in un lavoro o in una relazione in cui ti senti continuamente svalutato.
La paura di non essere abbastanza può spingerti in direzioni diverse.
Puoi rinunciare prima di provare: rimandi un progetto, eviti un corso, lasci perdere qualcosa che ti incuriosisce. Se non cominci, eviti anche il rischio di sbagliare davanti agli altri.
Oppure puoi fare sempre di più. Ti prepari a lungo, ricontrolli tutto e fatichi a fermarti. Anche dopo un buon risultato pensi: «Potevo fare meglio». Un errore pesa più di dieci cose riuscite.
Può diventare difficile chiedere aiuto, perché ti sembra di ammettere un’incapacità. O riposare, perché senti che dovresti fare qualcosa di utile.
Questa pressione non appartiene soltanto alla nostra storia personale. La ritroviamo anche intorno a noi, quando il lavoro, i risultati e la capacità di fare sempre di più diventano la misura del valore di una persona.
Anche il tempo libero può finire sotto esame. A forza di chiederti «Lo sto facendo bene?», rischi di perdere di vista «Mi piace? Ne ho voglia?». A volte non sai più cosa vorresti fare. Sai solo cosa dovresti fare.
C’è una differenza che può aiutarti. «Questa cosa non mi riesce ancora» è un’informazione: ti dice cosa cambiare, e puoi riprovare. «Non sono capace di fare niente» è una sentenza: non ti lascia niente da fare, se non fermarti. Quando ti dici «Non sono capace di fare niente», prova a tornare a ciò che è successo: che cosa non ti è riuscito, questa volta?
Tutto questo non è solo un pensiero. Si sente.
Può capitarti, durante una presentazione al lavoro, di sentire la voce tremare, le spalle salire verso le orecchie, il respiro accorciarsi. È come se ti stessi già osservando con gli occhi di chi ti valuterà: il corpo si mette in allerta e si irrigidisce. Per questo dirsi «rilassati, è solo una presentazione» di solito non basta.
Con l’handpan ho riconosciuto qualcosa di simile. Lo strumento aveva tolto la possibilità di sbagliare, ma bastava qualcuno nella stanza perché tornassi a sentirmi sotto esame. Forse non temevo soltanto di sbagliare: temevo di essere guardata mentre provavo.
Quel pomeriggio in salotto, però, non ero la sola a provare imbarazzo. Anche i miei amici, prima di avvicinarsi allo strumento, si giustificavano: «Non so suonare». Poi iniziavano a picchiettare sull’handpan e scoprivano, con meraviglia, i suoni che nascevano dalle loro mani. Alla paura si affiancava l’incanto.
Quell’esperienza mi ha ricordato quanto possano essere vicini il timore di non riuscire e il piacere di scoprire qualcosa. E quanto possa aiutare avere il tempo di prendere confidenza, senza dover dimostrare subito di essere capaci.
Nelle Terapie Espressive puoi usare il movimento, il disegno, le immagini o materiali da modellare per esplorare ciò che senti. Anche le parole fanno parte del percorso. Non servono capacità artistiche per iniziare.
Le proposte vengono scelte insieme e adattate a te. Per esempio, puoi partire da un colore che ti attira o da un piccolo movimento.
Se arriva il pensiero «sto facendo male», possiamo fermarci e ascoltare che cosa succede. Che cosa temi? Che cosa senti nel corpo? Vuoi continuare, cambiare qualcosa o hai bisogno di aiuto?
Quando ti senti sotto esame, conta anche il modo in cui l’altra persona ti sta accanto. Come danzamovimentoterapeuta, guardo insieme a te ciò che fai, con curiosità, senza valutarlo come una prova di bravura.
Un segno, un gesto o una forma possono aiutarti a dare spazio a qualcosa che fai fatica a raccontare. Puoi incontrare una difficoltà o non sapere come continuare e trovare comunque attenzione e sostegno.
Questo lavoro può aiutarti a:
Durante il percorso possono esserci curiosità e soddisfazione, ma anche paura o frustrazione. Possiamo affrontarle insieme, rispettando i tuoi tempi.
Puoi anche fermarti a guardare un’immagine o ad ascoltare un suono. Lasciare che ti colpisca, senza cercare subito una spiegazione.
Il nostro valore non dipende da quanto produciamo. E nessuno dovrebbe sentirsi escluso dal piacere di creare perché pensa di non essere abbastanza bravo.
Tutti abbiamo diritto a un tempo per giocare con un colore, seguire un movimento o fermarci ad ascoltare un suono. Quel tempo ha valore anche senza un risultato da mostrare, una capacità da migliorare o qualcosa di utile da ottenere. Può essere semplicemente un modo per sentirci vivi, accorgerci di ciò che ci piace e ritrovare un contatto con noi stessi.
Le terapie espressive possono offrire uno spazio in cui coltivare questa libertà, con qualcuno accanto.
La voce che dice «tanto non ti viene bene» probabilmente non sparirà del tutto, e forse non serve. Può però smettere di decidere al posto tuo.
Se ti riconosci in questa fatica, puoi prenotare un incontro conoscitivo gratuito con ReCrea. Partiamo da ciò che vivi e valutiamo insieme se questo percorso è adatto a te. E se un giorno ti ritroverai davanti a un handpan, a un quaderno o a un foglio bianco, forse ti accorgerai che quella voce c'è ancora, ma non è più l'unica a parlare.
Se ti riconosci anche nella paura di mostrarti nelle relazioni, leggi il mio articolo sulla tensione tra intimità e isolamento