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Quando prendersi cura di tutti diventa stanchezza emotiva

C’è una forma di stanchezza che non passa dormendo

Non è fisica.  Non è solo mentale.

È la stanchezza di chi, da sempre, si occupa delle emozioni degli altri.

Spesso inizia così:

“Non voglio creare problemi.” 

“Non importa, ci penso io.” 

“Va bene, lascia stare.”

E senza accorgersene, ci si ritrova a regolare, contenere, rassicurare, mediare.

Sempre.

La stanchezza di chi è diventata forte troppo presto

Molte donne che incontro non si definiscono “sovraccariche”.

 Si definiscono sensibili.  Attente.  Responsabili.

E lo sono.

Ma spesso, nella loro storia, c’è stato un ambiente emotivamente instabile: emozioni intense, imprevedibili, non sempre contenute dagli adulti.

Così hanno imparato presto una cosa:

È più sicuro calmare gli altri che ascoltare se stesse.

Non è stata una scelta consapevole.  È stata una forma di adattamento intelligente.

Quando metti un confine e ti senti cattiva

Il problema emerge quando, da adulte, provano a dire:

“Questo per me è troppo.” 

“Oggi non riesco.” 

“Non posso occuparmi anche di questo.”

E dentro si attiva qualcosa di automatico:

Senso di colpa.  Paura di ferire.  Timore di essere egoiste o cattive.

Come se smettere di salvare gli altri equivalesse a tradirli.

Anche quando l’altro non chiede di essere salvato.  Anche quando il partner non è manipolativo.  Anche quando la situazione è normale.

Il corpo reagisce prima della mente: tensione, nodo allo stomaco, agitazione.

È la memoria di un ruolo che si riattiva.

Non sei sbagliata. Sei stata necessaria.

Qui è importante fermarsi.

Non sei sbagliata perché ti senti stanca.  Non sei eccessiva perché hai bisogno di spazio.

Se hai imparato a regolare le emozioni degli altri, probabilmente un tempo era necessario farlo.

Ma ciò che è stato necessario allora può diventare pesante oggi.

La stanchezza non è un difetto. 

È un segnale.

Stabilità emotiva non significa smettere di sentire

Costruire stabilità emotiva non vuol dire diventare fredde o distaccate.

Vuol dire imparare a distinguere:

· Cosa è mio.

· Cosa appartiene all’altro.

· Cosa posso sostenere.

· Cosa mi supera.

Vuol dire poter restare in relazione senza assumersi la responsabilità delle emozioni di tutti.

È un processo graduale.  Non si passa dal “salvare sempre” al “non mi importa di nessuno”.

Si comincia con un piccolo gesto interno:

Riconoscere che il mio bisogno di spazio non mi rende cattiva.

Un primo passo possibile

La prossima volta che senti l’impulso di sistemare l’emozione di qualcuno, prova a fermarti un momento e chiederti:

· È davvero mia questa responsabilità?

· Cosa sto sentendo io, in questo momento?

· Cosa accadrebbe se non intervenissi subito?

Non è indifferenza. 
È differenziazione.

E da qui, lentamente, si costruisce una stabilità emotiva che non si fonda sul sacrificio, ma sulla presenza.